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Perche' questa inaugurazione e' diversa dalle altre?

(The Washington Post)

Why is this inauguration different from any other?
Let’s start with the fact that most Americans are not happy that Donald Trump is about to become president. The Post/ABC News poll this week found that Trump enters the Oval Office with the lowest favorable ratings since the question has been asked. Only 40 percent view Trump favorably. That compares with 62 percent for George W. Bush as he entered office in 2001 and 79 percent for Barack Obama in 2009.
In the past, presidents facing public doubts of the sort Trump confronts have practiced what you might call self-interested humility. Bush declined to acknowledge the anger so many felt at the time about how the Supreme Court paved the way to his presidency, but in his well-wrought inaugural address he did show how to reach out and reassure those who worried about what he might do with power.

“Civility is not a tactic or a sentiment,” Bush declared. “It is the determined choice of trust over cynicism, of community over chaos.”
You might say that since Election Day, Trump has chosen cynicism over trust, and chaos over community. Far from calming the country down, Trump has reminded everyone who opposed him on Nov. 8 of why they saw him as utterly unfit for the presidency in the first place.

Presidents about to take office typically speak warmly of their vanquished election foes. Not Trump. He renewed his attacks on Hillary Clinton at his news conference last week as if the campaign were still in full swing. He has waged a running war against civil rights icon John Lewis, both on Twitter and in a Fox News interview. Its effect was to incite a boycott of his inauguration by dozens of House Democrats.
Yet the dread Trump inspires is about far more than obnoxious tweets — and, by the way, the media and everyone else will have to figure out when Trumpian tweets are important and when they are distractions from far more urgent matters.
Trump’s disdain for the democratic disposition we like our presidents to embrace was on display when he dressed down CNN’s Jim Acosta at that news conference last week. Trump’s tone, style and sheer rage (whether real or staged) brought to mind authoritarian leaders who brook no dissent.

Speaking of autocrats, Vladimir Putin’s engagement in American politics on Trump’s behalf continued Tuesday when he called reports that Trump had been compromised by Russian intelligence “total nonsense” designed to “undermine the legitimacy” of Trump’s presidency. Putin accused those spreading the information of being “worse than prostitutes,” adding: “They have no moral boundaries.”
You know we are entering a strange time when Putin, many of whose enemies wind up dead, is lecturing Americans about “moral boundaries.” Then again, Putin must have been grateful when Trump told the Times of London this week that he still considers NATO “obsolete.” Wrecking both NATO and the European Union, which Trump also demeaned, are central Putin objectives.
We still do not know exactly what ties Trump and his enterprises have to various Russian interests because he won’t disclose basic financial information, including his tax returns, as his predecessors did.
In the meantime, Trump’s refusal to truly separate himself from his businesses means that ethical conflicts could well start on Day One of his presidency. It is not paranoid to wonder whether foreign leaders will have ways of influencing Trump that we will know nothing about.

It is hardly reassuring that the Republicans who lead Congress are far more eager to attack those who want more transparency from Trump than to demand it of the man who is about to control our nation’s fate.
Lewis stirred controversy when he declared that he did not see Trump as a “legitimate” president because of the Russians’ intervention. One definition of “legitimate” is “lawful,” and here we have, on the one side, Trump legally winning the vote of the electoral college and, on the other, the lawless act of stealing emails.
Another meaning of “legitimate” is “conforming to or in accordance with established rules, standards, principles.” So far, Trump has flouted all of these, and that is far more important than a debate about a word.
Whatever Trump may be, he is, for so many of his fellow citizens, legitimately terrifying. This is a terrible way to feel on a day that is supposed to observe, as John F. Kennedy said in his inaugural address 56 years ago, “not a victory of party but a celebration of freedom.”

Obama a fumetti,



 

Alberto Pasolini Zanelli
Obama a fumetti, o quasi. Certamente a immagini. È così che ha scelto di raffigurarlo un quotidiano autorevole e intensamente politicizzato come la Washington Post nel tentativo di riassumere il suo percorso nel momento del suo discorso di addio ufficiale alla Casa Bianca. Le parole di commiato sono state serie, a tratti commosse. Sono comparse, non per la prima volta, lacrime sul viso dell’uomo che per otto anni è stato condannato ad essere il più potente del mondo. Le immagini sono più sobrie e inducono spesso, invece, al sorriso. C’è dentro tutto e anche il contrario di tutto. Barack Hussein Obama non ha scartato né rinnegato il suo nome e cognome completo che pure tanto è servito ai suoi nemici per corroborare la favola maligna che egli sarebbe musulmano e che la sua mamma bianca e anglosassone avrebbe scelto di volare da Honolulu nel Kenia per farlo nascere in Africa e vicino all’Islam. Sì, si chiama anche come Saddam Hussein, ma è cristiano e protestante ed è stato lui a fare uccidere Osama Bin Laden per vendicare i tremila morti di Manhattan. Ed era stato l’unico parlamentare americano a parlare contro l’invasione dell’Irak e nel contempo a rifiutare i termini tanto diffusi di guerra di religione. Uno delle immagini lo mostra a specchiarsi nelle acque del Potomac sullo sfondo del monumento a Lincoln a vedersi come lui col cappello a cilindro del gentiluomo ottocentesco. L’uomo bianco liberatore degli schiavi e ultima vittima di una guerra civile da lui gestita e voluta a quel fine, che vinse ma che nei centocinquanta anni da allora trascorsi non è riuscito a guarire o cancellare le cicatrici dei lineamenti secolari di una società che non può essere più definita razzista dal momento che ha eletto e rieletto un presidente dalla pelle nera ma che non ha dimenticato né le glorie né le pagine nere del suo passato, i pentimenti ma anche i risentimenti.
Obama si rimboccò con urgenza le maniche per rimettere a posto l’America e intanto diventò il modello di come il mondo vorrebbe che l’America fosse. Tutto il mondo o almeno i popoli. Plebiscitato dagli europei, egli sollevò nel Terzo Mondo entusiasmi da far impallidire i trionfi di John Kennedy: dal governo del Kenia che proclamò festa nazionale il giorno della sua elezione alla bicchierata dei suoi ex compagni di scuola a Giakarta, dal vecchio vescovo sudafricano Desmond Tutu che dichiarò di avere “voglia di saltare e ballare” ai giovani che letteralmente ballarono nelle più misere favelas di Caracas, il pianeta celebrò dopo mezzo secolo una nuova luna di miele con gli Stati Uniti. Attraevano o almeno tentavano Obama anche nell’Islam, cui egli aveva riservato una frase che molti interpretarono come una apertura: “Con il mondo musulmano cerchiamo una strada nuova, basata sul reciproco rispetto. Siamo una nazione di cristiani e di islamici, di ebrei e di indù e di non credenti, di tutte le culture che ci vengono da ogni angolo della Terra. I vecchi odii un giorno passeranno, le divisioni tribali si dissolveranno. L’America deve essere alla testa di questa nuova era di pace”. Senza lasciare cadere, naturalmente, la difesa contro il terrorismo, necessaria per la “costruzione di una pace difficile, senza utopie e senza ultimatum”. Con questa formula Obama voleva insomma distinguersi sia dai “sognatori liberali” con cui i columnist conservatori lo avevano dipinto durante la campagna elettorale, con la testa fra le nuvole e l’illusione di poter dissipare con gesti di buona volontà i pericoli del mondo” sia dai sognatori dell’altra sponda, i neoconservatori e gli altri repubblicani convinti che la democrazia si possa difendere con le armi, appiccicando su altri Paesi le etichette del Bene o del Male, restii a trattare con i regimi sgradevoli, mentre secondo Obama era dovere di un presidente degli Stati Uniti “trattare anche con i nemici”. Egli considerava i Paesi, le alleanze e perfino il terrorismo come meccanismi complessi mossi dal potere e dalla paura più che dalle ideologie. Obama credeva, forse ancora crede, nel potere della buona volontà e soprattutto della generosità. Certo è stato lui a far uccidere Osama Bin Laden, simbolo e capo di un feroce terrorismo che prefigurava l’Isis. Però ha saputo anche mostrarsi generoso ogni qualvolta ha potuto. Con il regime e la dinastia comunista di Cuba, perso – quando ha potuto – i prigionieri di Guantanamo e perfino, proprio l’ultimo giorno di potere, con quel soldato americano dai due sessi che, anch’egli da idealista, ha messo in giro le carte segrete del Pentagono.
L’America definisce se stessa, fra l’altro, nella scritta su uno dei suoi massimi edifici pubblici a Washington: “Il passato è prologo”, ma ci vuole del tempo perché passi. Obama è stato uno dei passi più lunghi. Un altro fotomontaggio lo mostra orgoglioso in piedi su una specie di monumento alla bandiera degli Stati Uniti che però oscilla, riflettendo fra l’altro il giudizio dei concittadini allo scadere degli otto anni di Obama: cinquanta su cento danno un giudizio positivo, l’altra metà è critica, anche severamente. Una pagella probabilmente ingiusta o almeno ingenerosa che non riflette tutti i pregi ma quasi tutti i difetti di una presidenza. Molti sembrano dimenticare che Obama è arrivato alla Casa Bianca assieme alla frana del crac finanziario ed economico più grave dopo la famigerata Grande Recessione scoppiata nel 1929 e indomita fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Obama ha capito di non poter ricorrere a un bis di Franklin Delano Roosevelt, ma in realtà si può sostenere che abbia avuto più successo lui: ha riportato lentamente e con pazienza l’America ai dati di allora. Un solido recupero, ma non un’avanzata capace di inorgoglire. Probabilmente per colpa di eventi in larga parte esterni che l’Uomo Nuovo non ha saputo o potuto gestire con la richiesta pazienza e fermezza. Ha sbagliato in Libia, ha oscillato in Siria, si è lasciato sospingere dai “falchi” che in politica estera non abitano solo nelle fila repubblicane. Soprattutto nella prospettiva dei rapporti con la Russia, che ha visto le non disinteressate offerte di Putin respinte o ignorate. E riaffacciarsi lo spettro della Guerra Fredda.

Non c’è molto di festoso nella vigilia dell’ascesa



Alberto Pasolini Zanelli
Lo scorrere dei giorni si fa precipitoso, riguarda ormai le ore. L’appuntamento è sempre quello, ufficialmente con l’inizio di un nuovo quadriennio e di un presidente ancora più nuovo e ricco di incognite e di polemiche che arrugginiscono innanzi tempo le aspettative. Non c’è molto di festoso nella vigilia dell’ascesa alla Casa Bianca di Donald Trump, sovraccarica di polemiche, di sospetti e di veleni. Chi non vuole arrendersi e staccare il bottone della propria attenzione, si rivolge allora e si consola con gli addii, tanto più nobili delle risse sui debutti. L’America si è commossa con l’ultimo messaggio di Barack Obama, in primo luogo il suo vicepresidente di otto anni Joe Biden, che le lacrime le ha spese proprio tutte nel sentirsi abbracciare la decorazione più ambita.
Adesso arriva un addio di tutt’altro genere e sapore, quello di John Kerry, Segretario di Stato cioè ministro degli Esteri e come tale il vero numero due dell’Amministrazione Obama, quattro anni dominati dalle vicende e dalle polemiche della politica internazionale. Hanno formato una coppia non soltanto inedita, ma anche molto composita perché di rado due politici americani sono stati così diversi ma come tali si sono impegnati sui percorsi più ardui e differenti ma con eguale impegno e coraggio. Il terrorismo internazionale, la gestione del nucleare, i rapporti con la Russia, le iniziative doverose ma frustranti del Medio Oriente. Obama ha cercato di riassumerli stando il più possibile vicino al popolo americano, Kerry ha scelto invece di ripercorrerli nei luoghi in cui si sono svolti. E che hanno segnato non solo la sua carriera, ma gli eventi decisivi della sua vita.
La penultima tappa è stata la più originale e la più significativa: il Vietnam. Ci è andato ad accomiatarsi, ma non solo dai suoi contatti agevoli e tutto sommato felici del quadriennio come Segretario di Stato, ma da un’esperienza centrale della sua vita. Al contrario di quasi tutti ormai gli esponenti politici americani, John Kerry il Vietnam non l’ha incontrato nelle cancellerie o nei vertici in Paesi neutrali, bensì di persona, in uniforme, da soldato, con il fucile in pugno. Ci andò volontario, come gli pareva doveroso e se ne andò a caccia di Vietcong. Prevalentemente in barca, cioè al comando di una unità lacustre, sui fiumi che si inoltrano nelle giungle dense allora di guerriglieri, di pericoli, di agguati. Se la cavò e non a buon mercato: tre ferite e cinque medaglie al valore. Poteva essere un premio, un vantaggio per un candidato alla presidenza, ma nel suo caso fu tutto molto più complicato perché lui quella guerra l’ha fatta perché ci credeva e in prima linea, non nelle cancellerie. Fino a quando si convinse che era una guerra sbagliata. Non lo gridò subito, aspettò di aver finito il suo servizio poi, da civile, si impegnò per convincere anche i suoi superiori, quelli di Washington, che non era stata una buona idea e che il dovere era a questo punto di smetterla.
Ancora giovane, egli si mescolò ai giovanissimi pacifisti e ne divenne uno degli oratori più seguiti, soprattutto da quando compì il gesto più significativo e, per taluni, discutibile e disarmonico: salì al Campidoglio con le sue medaglie sul petto e poi, una ad una, se le staccò e le scaraventò per terra. Un gesto che alcuni giudicarono antipatriottico e altri capirono come un conscio sacrificio. Che però gli fu rimproverato quando si presentò, diversi anni dopo come candidato alla Casa Bianca in concorrenza con George W. Bush, simbolo a sua volta di un’altra guerra sbagliata, quella contro l’Irak. I più bollarono allora John Kerry come un antipatriota carico di medaglie che aveva osato sfidare un esponente molto patriottico anche se si era guardato bene dal coinvolgersi personalmente. La gente non si era ancora accorta che anche quello era stato un errore, presa come era inevitabile dall’indignazione per la strage dei terroristi del settembre 2001.
Quel Bush sembrava ancora rappresentarla mentre Kerry pareva appartenere a un’altra epoca: agli anni Sessanta e Settanta, espressione semmai dell’America di Bob Dylan e Joan Baez, della contestazione e del pacifismo. Non proprio un Figlio dei Fiori perché lui la guerra l’aveva fatta, ma fuori carattere dall’America del 2004, patriottica e marziale, pia e orgogliosa, tutta sermoni domenicali e sogni imperiali. E non solo per questo un personaggio poco americano, ma anche perché prodotto di un’educazione elitaria, di una aristocrazia della Nuova Inghilterra che non ha mai smesso di guardare all’Europa e un po’ ha sempre voltato le spalle alla Middle America. Dimostrandolo anche nel tessuto dei suoi discorsi, tenuti in una lingua che sembrava e ancora in parte sembra, più adatta alla Camera dei Lord che al tumulto dei comizi a Brooklyn o nel Profondo Sud. Troppo aristocratico, troppo europeo, troppo complicato, parlava in una lingua densa di parole rare, costruzioni raffinate e polisillabi, in genere detestati dagli americani frettolosi. Parlava a lungo ma anche in quei momenti sembrava taciturno. Meglio di ogni saggio con ambizioni di ritratto definiva il suo stile una vignetta forse intenzionalmente crudele. Vi si vedevano i suoi consiglieri affannati a raccomandargli di essere “più caloroso con la gente semplice” e lui che si sforzava di accontentarli, avvicinandosi a una donna con un neonato in braccio e parlandogli così: “Salute a te, o minuto virgulto”.
Non ha cambiato stile, però mestiere. Si rivolge ai diplomatici in un linguaggio che loro capiscono e soprattutto avanzando proposte che loro apprezzano. Lo si è visto di recente nelle complicate trattative con l’Iran, che solo lui poteva condurre in porto contro ostacoli e ostilità di tutti i generi e in ogni angolo. Che egli seppe domare con un notevole impegno, interrotto soltanto da curiosi incidenti, come la caduta da una bicicletta da corsa in una parentesi sportiva su per le pendici di una montagna da Tour de France durante gli ultimi decisivi colloqui a Ginevra. Poteva essere il suo momento di gloria, ma non nell’America attuale che è inquieta e la cui classe dirigente non era incline a trattare con quell’interlocutore.
Gli altri sforzi di Kerry erano dedicati a una partita ancora più bollente, quella con la Russia di Vladimir Putin, che ha finito per diventare parte integrante della politica interna americana, combattuta dai leader politici anche a colpi di spionaggio fratricida. Ma lui stavolta non c’entrava. Era andato a salutare coloro che aveva combattuto da soldato. È risalito su un battello percorrendo quei fiumi in quelle foreste del Vietnam in cui si era meritato ferite e decorazioni e a cena è andato proprio a casa del nemico di allora, nella sede del Partito comunista vietnamita, ospite del primo ministro Nguyen Xuan Phun. Hanno parlato insieme della Cina, il nuovo avversario comune tra i protagonisti di quella guerra. Sulla via del ritorno a Washington John Kerry ha fatto una capatina nella sede di una nuova trattativa internazionale in Europa. Ha voluto finire come aveva cominciato.
Pasolini.zanelli@gmail.com

Trump, Merkel e la fine della finanziarizzazione


 Guido Colomba

La cancelliera Merkel, con il caso Fiat-Chrysler, non ha esitato a scatenare una guerra commerciale contro l'Italia. Non solo. Un suo ministro ritiene opportuno che la Germania esca dall'euro pur vantando un surplus della bilancia commerciale previsto nel 2017 all'8,7% del Pil. Un record mondiale in violazione alle regole europee del "fiscal compact". Non c'è da sorprendersi se Trump ha etichettato l'Unione europea come uno strumento agli ordini di Angela Merkel. Una critica non nuova. Sono almeno sette anni che la Casa Bianca biasima la politica dell'austerity imposta da Berlino in quanto dannosa agli interessi dell'Europa e dell'Occidente. Così come è stato Obama, per primo, ad auspicare il ritorno del “manufacturing” nei confini patri e la fine della delocalizzazione: "reshoring" è il termine usato per stimolare gli investimenti negli Usa e favorire il rientro degli impianti esteri. Una rete di uffici federali opera dal 2012 con efficacia per sostenere questa politica a favore del settore manifatturiero, l'unico in grado di rilanciare l'economia reale sottraendola al dominio della “finanziarizzazione selvaggia”. Il fatto che a Davos (Forum economico mondiale) il presidente cinese difenda a spada tratta la globalizzazione dimostra quanto le regole del gioco siano state alterate. Qualcuno ha barato. Non a caso la Germania concorda con Pechino. Certo, lo stile comunicativo del neopresidente americano può lasciare sconcertati. Però, i contenuti (non tutti) riflettono la "continuità" dei temi di fondo della politica estera Usa. A cominciare dalla Nato dove è ben nota la pluriennale richiesta americana di un bilanciamento delle spese (quasi il 70% è sostenuto dagli Usa). Accanto a questa richiesta Obama ha perseguito in questi otto anni di presidenza il disimpegno militare all'estero. Una politica molto criticata per aver lasciato un enorme spazio di manovra a Mosca e per avere ampliato, come dimostrano i casi di Siria e Libia, il problema degli immigrati. Cosa accadrà agli interessi vitali dell'Italia con l'insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca? Tre riflessioni. La prima riguarda il peso dell'export che rappresenta il 75% del valore aggiunto concentrato nel 25% delle imprese più innovative. Dunque, le guerre commerciali costituiscono un grave rischio per l'Italia. La seconda riflessione è legata ai vantaggi di una Unione europea che, sotto la pressione di Trump e di Brexit, abbandoni la politica dell'austerity germano-centrica, sganciando gli investimenti reali dal "fiscal compact" (malaugurata eredità del governo Monti). La terza riflessione è di grande impatto per la politica dell'occupazione, in particolare di quella giovanile che sfiora attualmente il 40% con punte del 70% in cinque province del Mezzogiorno. Perseguendo una politica neo-keynesiana, sulla scia di Trump, potranno essere varate iniziative strutturali di medio periodo. Finora, proprio l'assenza di obiettivi di medio periodo ha bloccato la capacità di ripresa italiana attualmente vicina all'uno per cento ma pari alla metà della media europea. Il flop della classe politica è evidente (il debito supera i 2220 miliardi mentre gli investimenti sono scesi del 27%). Il disagio sociale si combatte solo su questo piano. Non vi sono scorciatoie. Il fisco è l'altra faccia della medaglia. Oggi, per dare mille euro al mese a un operaio o a un impiegato, il datore di lavoro ne deve spendere duemiladuecento. Un record negativo nel mondo occidentale.