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Il futuro dell’America? Roma.


Alberto Pasolini Zanelli

Il futuro dell’America? Roma. Lo prevede una rispettata scrittrice politica degli Stati Uniti, a conclusione di un’approfondita immagine. Non è una promessa, bensì una via di mezzo tra una previsione e una sirena d’allarme. Ad azionarla è Anne Appelbaum dalle colonne della Washington Post a conclusione di una analisi delle possibili conseguenze dell’attuale fase critica dei rapporti fra l’America e i suoi amici europei. Un matrimonio che potrebbe finire in divorzio per colpa di entrambi gli sposi: l’America sedotta da Donald Trump e l’Europa impersonata da una classe politica ovunque in crisi.

Il tempo dell’amore che passa coincide con la metà degli anni del ventesimo del secolo: la luna di miele con la presidenza di RR, il regalo di nozze è l’abbattimento del Muro di Berlino, il crollo dell’Unione Sovietica, la morte del comunismo e la fine della Guerra Fredda. Mai l’America fu tanto felice, mai l’Europa così rilassata. Roma non ebbe mai tanti motivi di festeggiamento, mai fu tanto felice e l’Europa mai così rilassata. Non era stata direttamente minacciata come altre capitali nel simbolo di un momento tanto promettente nella storia d’Italia così lunga. Gli statisti di Washington si preparavano a godere delle Vacanze Romane, l’americano qualunque gli anni più gloriosi del suo impero.

Non è andata così. Non sta andando così. La crisi matrimoniale stava già per esplodere anche se per un bel po’ pochi la videro arrivare. Adesso sta già per cambiare, anche se per un bel po’ pochi la prevedevano. Una crisi molto grave era stata superata anche se non dimenticata, i cicli erano e sono contaminati dalle bufere interminabili nel Medio Oriente. Fino a poco non era più una commedia, anche se oggi non è ancora una calamità. Ma le bufere sono molte. Sono in cartello artisti drammatici di valore. Trump non ha perduto nulla della sua carica che molti ormai conoscono e stanno ispirando timore. Un controcanto di molti, alcuni dei quali debellati o quasi ma sempre più assetati di potere suscita o susciterebbe il dovere di rispondere per le rime. Il Congresso di Washington ha perduto i suoi tradizionali poteri di moderazione. Hanno smesso di provarci, sembra che più si lascia andare, più cresca la popolarità della Casa Bianca. Lui continua a scegliersi dei collaboratori soprattutto enumerando le loro qualità di intransigenti, nei confronti del nemico ma anche, sembra, dei tradizionali alleati. Più sono mordaci le critiche, più Donald ci guadagna in popolarità. L’opposizione ovviamente si oppone, ma soprattutto enumerando le avventure femminili del presidente, che però sembrano agevolarlo o almeno rifornirlo di notizie non fatte per distruggere il vigore di un uomo politico. Se accade, Trump sa rispondere per le rime.

Quanto agli alleati esterni sembravano fino a poco fa rassegnati ad accontentarsi di una vecchia battuta: “Con degli amici così, non c’è bisogno di cercarsi dei nemici”. Un giornale tedesco autorevole come lo Spiegel attrae i suoi lettori segnalando test di opinione pubblica dominati per due terzi dall’approvazione di una fase fino a poco fa inedita: “Resistenza contro l’America”. Molti giudicano Trump oggi più pericoloso di Putin e concordano, perfino nei Paesi dell’Europa del Nord, incoraggiati anche dalla congiuntura economica, per loro felice. Quanto agli americani potrebbe darsi che la coincidenza fra i malumori di casa e la sorprendente indicazione di un esempio da seguire potrebbe suscitare nei legislatori in riva al Potomac a una piacevole distrazione: “Prima di giudicare – potrebbero concludere – aspettiamo di sapere cosa succederà a Roma. Potrebbe essere davvero che laggiù ci sia il futuro dell’America”.



Capaci: 23 maggio 1992

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Venivo dall'aeroporto di Palermo dove avevo accolto una delegazione guidata da un noto avvocato di Washington.

Ci siamo imbarcati in un paio di van Mercedes e abbiamo imboccato l'autostrada.

Ma arrivati a Capaci gli ospiti americani di origine siciliana hanno chiesto di fermarsi nel luogo in cui 26 anni fa, il 23 maggio del 1992, una bomba ad alto potenziale (si parlò di 500 chili di esplosivo) disintegrò l'auto del giudice Falcone, di sua moglie e quella dei tre militari della scorta.

Quelle immagini e quell'urlo di impotenza ci attanagliavano lo stomaco mentre l'onorevole giudice Romina Incutti ci ricordava in italiano e poi in perfetto inglese i particolari di quell'episodio della guerra mai risolta tra lo Stato italiano e Cosa Nostra.

La signora giudice aveva preso la parola al termine della messa italiana delle 10:30 nella chiesa del Rosario, il punto d'incontro degli italoamericani e italiani che vivono a Washington e nelle contee viciniori della Virginia e del Maryland.

Falcone aveva introdotto una nuova tecnica investigativa che si basava sui trasferimenti di danaro.

La giudice Romina Incutti che all'epoca aveva da poco iniziato la sua carriera di magistrato presso la procura di Sciacca, ha ricordato alle centinaia di fedeli che affollavano la Chiesa che il giudice Falcone era stato uno dei più attivi organizzatori del maxi processo antimafia che doveva portare alla condanna di 360 appartenenti all'organizzazione criminale. Grazie anche alla testimonianza di Tommaso Buscetta, uno dei primi pentiti di Cosa Nostra.

Giovanni Falcone la moglie Francesca Morvillo, e i tre poliziotti Rocco di Cillo, Antonio Montinaro e Vittorio Schifani furono disintegrati nell'attentato organizzato da Salvatore Riina che voleva vendicare le dozzine di mafiosi condannati del maxiprocesso.

Nel cortile dello FBI vi è una statua del giudice palermitano. Grande era l'attenzione e l'ammirazione per questi magistrati che con grave pericolo personale sentivano tuttavia l'impegno totalizzante della propria missione.

Pagando con la vita (Paolo Borsellino) questo loro impegno morale prima ancora che professionale intralciato spesso dalle connivenze dello Stato con la criminalità organizzata

Ogni tanto leggiamo di sfregi alla memoria di Falcone nella sua Palermo commissionati a qualche picciotto da qualche uomo di panza per ricordare che la guerra continua.

Oscar
Hon. Romina Incutti

Mezzogiorno: sgravi fiscali per attrarre i pensionati


Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 20 maggio 2018
La concorrenza fiscale è uno degli sport più praticati dai governi, non solo nei confronti delle imprese ma anche delle persone. Infiniti dibattiti politici e autorevoli media ne hanno sviscerato soprattutto gli aspetti negativi, che non sono certo pochi. Questa concorrenza vede ovviamente in primo piano i così detti “paradisi fiscali” ma molti paesi europei ne sono robusti attori, da Malta fino all’Irlanda, passando per il Lussemburgo e, ovviamente per la Svizzera dove, per gli stranieri che vi si trasferiscono portando con sé un minimo imponibile di 400.000 Euro, l’imposta conseguente non è calcolata sul reddito ma solo sui consumi.
In questa gara così particolare si è recentemente aggiunta l’Italia, anche se con un provvedimento modesto rispetto a quello dei paesi concorrenti. Esso prevede il pagamento forfettario di un’imposta di 100.000 euro per coloro che non risiedono da almeno 10 anni nel nostro paese e decidono di tornare o di trasferirsi in Italia. Un provvedimento non confrontabile con quello dei paradisi fiscali ma che ha avuto tuttavia un certo successo.
In tutti i casi precedentemente ricordati si tratta di provvedimenti per attrarre le risorse di persone benestanti.
A fianco di questa si è sviluppata una concorrenza fiscale più modesta ma che, con l’invecchiamento della popolazione, ha assunto un’importanza economica non certo trascurabile. Intendo le facilitazioni fiscali concesse ai pensionati stranieri che si trasferiscono in altri paesi.
Si tratta ormai di centinaia di migliaia di persone a livello europeo che portano la loro residenza effettiva (in genere per almeno 6 mesi all’anno) in paesi dove, con il ricavato della loro pensione, possono vivere più agevolmente e in condizioni ambientali più adatte alla loro età.
In Bulgaria, ad esempio, l’aliquota viene fissata al 10%, mentre in Portogallo si prevede l’esenzione fiscale totale dei redditi da pensione per un periodo di dieci anni.
È vero che le istituzioni internazionali (come l’OCSE e l’UE) si sono pronunciate contro queste agevolazioni che violano il principio della concorrenza ma non vedo perché, se vengono permesse ad alcuni paesi, non vengano permesse ad altri, dato che, con questa diversità di politiche, il principio della non concorrenza viene evidentemente violato.
Tre sono in genere le calamite necessarie per attirare questi pensionati: il clima mite, il basso costo della vita, e un regime fiscale favorevole.
Quanto al clima mite non vedo concorrenza possibile alla Sicilia e a tante altre parti del nostro Mezzogiorno mentre, riguardo al costo della vita, esso si posiziona in una situazione intermedia tra i paesi europei a più basso reddito e quelli più ricchi, compresa l’Italia del Nord. Non capisco quindi perché non si possa decidere che anche in una parte del nostro Mezzogiorno (ad esempio la Sicilia dove il clima non è diverso da quello della Tunisia) sia applicata una sostanziale esenzione fiscale o un’aliquota minima per gli stranieri che si vogliano trasferire negli anni di pensionamento.
A quale area territoriale convenga estendere questo beneficio lo dovranno naturalmente decidere i futuri governanti, tenendo presente che, più grande sarà quest’area, minori saranno le possibilità di potere mettere in atto questo provvedimento. Se si trovassero ostacoli insormontabili (ma date le situazioni attuali non vi dovrebbero essere) si potrebbe aggiungere l’obbligo per il pensionato di acquistare o di prendere in affitto un’abitazione vuota da almeno tre anni. Il che non è certo difficile, dato che tutto il Sud è pieno di abitazioni vuote.
Non è questo ciò che io ho sempre immaginato per fare finalmente decollare il nostro Mezzogiorno, dove il clima e le condizioni ambientali dovrebbero essere in grado di attirare i giovani più creativi e le imprese d’avanguardia, ma debbo prender atto in primo luogo che, dove queste modeste misure fiscali sono state adottate, i vantaggi economici sono stati rilevanti e, in secondo luogo, che esse hanno contribuito a creare innovazioni (come ad esempio collegamenti aerei o nuovi sistemi sanitari) che hanno fortemente aiutato lo sviluppo economico della regione.
Credo che mettere in atto qualcosa di concreto e che abbia successo sia già un grande passo in avanti per regioni ormai da troppo tempo abituate a perdere.
Mi resta solo un’ultima raccomandazione: che le misure da adottare (compito assai semplice) e le limitate aree alle quali applicarle (compito assai difficile) siano decise in modo rapido e condiviso. Se si aprono le lotte politiche e cominciano le faide territoriali anche questo pur modesto e semplice progetto è destinato a fallire.

Summer Franca's Collection 2018






My very best felicitations to Franca !!!

Dario
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Complimenti. Alcune ‘mises’ sono molto belle. Maurizio V.

Che palle anche questo massacro....!

Slide 1 of 23: Emergency crews gather in the parking lot of Santa Fe High School where at least eight people were killed on May 18, 2018 in Santa Fe, Texas. - At least eight people were killed when a student opened fire at his Texas high school on May 18, 2018, as President Donald Trump expressed "heartbreak" over the latest deadly school shooting in the United States. The shooting took place as classes were beginning for the day at Santa Fe High School in the city of the same name, located about 30 miles (50 kilometers) southeast of Houston."There are multiple fatalities," Harris County Sheriff Ed Gonzalez told reporters. "There could be anywhere between eight to 10, the majority being students." (Photo by Daniel KRAMER / AFP)        (Photo credit should read DANIEL KRAMER/AFP/Getty Images)


Santa Fé, nove studenti morti +1 insegnante, 10 feriti tra i quali qualcuno in gravi condizioni. Preso il sospetto assalitore con nome greco, 17 anni, descritto come un monomaniaco che indossava lunghe palandrane secondo la moda dei killer iniziata con il massacro di Columbine.
Parole di circostanza del presidente che promette farà del suo meglio per risolvere questo grave problema della sicurezza nelle scuole. Affermazione questa fatta pochi giorni dopo il suo trionfale discorso alla assemblea della National Rifle Association, l'associazione dei fabbricanti di armi.
Diventa virale la foto della studentessa presa di spalle avviata a ricevere l'attestazione della sua laurea, che ostenta un mitragliatore AR 10 messo a tracolla.
Il popolo bue americano distoglie presto lo sguardo dall'ennesimo massacro di studenti, perché la morte di questi giovani e del loro insegnante non dice niente di nuovo in termini di comunicazione: una news che si scolora nel brodo allungato delle uccisioni che affollano il panorama sociale di questa America e che ormai non fanno più notizia.
Come non fanno più notizia i giovani studenti che cercano in qualche modo di organizzare una sollevazione dell'opinione pubblica contro un sistema caratterizzato da 450 milioni di armi su una popolazione totale di 327 milioni.
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Il popolo bue ingurgita fast food di fronte al televisore sempre acceso:

"Che palle questi ragazzi ammazzati a Santa fé, meglio sintonizzarsi sulle ultime notizie del prossimo matrimonio reale inglese.

E poi i media liberali e comunisti si sono già buttati su questo episodio di Santa Fé per invocare misure restrittive per l'acquisto e il possesso delle armi o addirittura della modifica del Secondo Emendamento della Costituzione americana.

Che palle i governatori di otto Stati su 50 della Federazione che dicono di avere approvato leggi che limitano la vendita e la circolazione delle armi.

Che palle questo incessante tambureggiare di notizie negative su questo presidente che fa cose per l'America e non discorsi. 

Lui sì che dovrà avere il premio Nobel per la pace altro che quel negro che è stato installato per otto anni alla Casa Bianca.

Lasciamo sfogare le prefiche televisive di sinistra, tanto fra qualche giorno tutti si saranno dimenticati anche di Santa Fé come si sono dimenticati delle decine di altri massacri.

Che palle: per fortuna l'economia tira ancora e non c'è da preoccuparsi. Donald Trump ci protegge e mantiene le promesse fatte in campagna elettorale.

Quello che importa è la salute di Melania, lei sì che e' una first-lady, mica quella negra figlia di puttana che ha abitato per otto anni nella White House di Washington."

(Oscar)




caro Bartoli .:.,

vorrei dire la mia sul 2" emendamento che io giudico sacrosanto. Sara'  pur vero che i pazzi USA usino le armi non come strumneto di democrazia ma per uccidere a sangue freddo, ma non mi risulta che in Svizzera, dove di armi ce ne sono, proporzionalmente al numero di abitanti, piu' che in America, accadano episodi come quelli del texas... quindi? quindi a monte c'e' una questione di educazione prima che di facilita' nell'acquisto di armi. 
silvestro Silvestri
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Ciao Oscar,

nell'ultimo anno ricevo poche tue  Newsletter, è una scelta editoriale oppure sono andate perdute?

A proposito dell'ennesimo massacro di Santa Fè: è vero non fa più notizia, tanta ormai è l'abitudine alla quasi quotidianità di questi tragici eventi. 

In televisione seguo da sempre la serie Homeland (non so anche in Usa si chiami così). Proprio questi ultimi episodi narrano di un gruppo di fanatici che, con ogni tipo di armi da guerra, sfidano la Cia, ingaggiando una sparatoria mortale.

Chi non segue le vicende americane potrebbe pensare ad un'esagerazione di fantapolitica, poi, però, le cronache confermano che purtroppo è una realtà abituale, difficilmente da debellare visti gli interessi multimiliardari che ci sono dietro.

Così un giorno sì e l'altro si compiono massacri.

Un abbraccio,

Massimo Rosa

Verona
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Prodi: «I partiti populisti? Una via di fuga. È da vedere se saranno all’altezza»



by Irene Soave

Lei ha conosciuto il Dopoguerra e la guerra fredda, gli anni di piombo e Tangentopoli, la rincorsa all’Europa e il mondo post-11 settembre. Eppure oggi si dice “allarmato”. Lo è mai stato quanto ora?

«No».

Lo incontro nell’ufficio della Fondazione per la Collaborazione fra i Popoli davanti alla Chiesa del Barracano, a Bologna. È il pomeriggio in cui Lega e Movimento 5 Stelle hanno annunciato di voler governare insieme. Romano Prodi, classe 1939, di governi ne ha guidati due: tra il 1996 e il 1998 e tra il 2006 e il 2008. La sua seconda presidenza del Consiglio è iniziata l’anno in cui io votavo alle politiche per la prima volta. È stato presidente della Commissione Europea (1999-2004) e per due volte dell’Iri (1982-1989 e 1993-1994); ministro dell’Industria (nel 1978) e docente universitario come altri cinque dei suoi otto fratelli, figli di un ingegnere e di una maestra. Ha ottenuto, nel corso della sua vita, centinaia di onorificenze e medaglie: tutte, tranne la Legion d’Onore, gli sono state rubate da due ladre d’appartamento, inquadrate dalle telecamere di sicurezza, pochi giorni fa.

«C’è di peggio», dice, «star male di salute è peggio. Ma quel che più mi ha mortificato è stato scoprire che tutti quelli con cui ne ho parlato avevano già subito un furto in appartamento. Cioè se sei italiano, almeno una volta nella vita, ti rubano in casa. Fa arrabbiare, no?». Nel 2013 la sua candidatura al Quirinale fu prima decisa in una standing ovation dai grandi elettori del Pd e poi affossata da più di un centinaio di franchi tiratori. Lui si era già ritirato dalla vita politica.

NEGLI ULTIMI 12 MESI ha presieduto una commissione dell’Elti, l’associazione che riunisce le casse depositi e prestiti e le banche pubbliche europee, per progettare un piano di investimenti in infrastrutture sociali: cioè scuola, sanità, edilizia popolare. Il piano, «che la Commissione Europea ha accolto molto bene, anche se per ora in maniera informale», spiega, prevede di raccogliere 150 miliardi l’anno da investitori privati e pubblici, da aggiungere ai fondi che l’Europa già dispone per queste spese.

NEGLI ULTIMI 12 MESI ha presieduto una commissione dell’Elti, l’associazione che riunisce le casse depositi e prestiti e le banche pubbliche europee, per progettare un piano di investimenti in infrastrutture sociali: cioè scuola, sanità, edilizia popolare. Il piano, «che la Commissione Europea ha accolto molto bene, anche se per ora in maniera informale», spiega, prevede di raccogliere 150 miliardi l’anno da investitori privati e pubblici, da aggiungere ai fondi che l’Europa già dispone per queste spese.
Le elezioni, da noi, le hanno vinte i partiti euroscettici.

«Ma anche in Polonia, in Ungheria. E in Germania, in Olanda, nella stessa Spagna, gli euroscettici si sono irrobustiti. Per questa malattia c`è un solo anticorpo: consegnare, cioè, all’inglese, deliver, fare politica efficace. Andare incontro alla gente, far vedere che si fanno le cose. Detto ciò, la crisi dei sistemi democratici è mondiale. C`è ovunque una tendenza all`autoritarismo, dalle Filippine alla Cina, dalla Turchia alla Russia. Lo stesso Trump si muove in questo solco, pur nei pesi e contrappesi della società americana».

Ma l’Europa unita, nata dopo le guerre mondiali, non ha valori diversi?

«Li aveva. Oggi è più complicata. Il motore franco-tedesco non va in modo armonico. La Francia si è appaltata la politica estera. La Germania, di contrappeso, la politica economica. Whisky e soda non stanno assieme. Kohl e Mitterrand, tra i padri dell’Europa, si erano messi nei panni di tutti gli europei. Oggi Francia e Germania sono nei panni di se stesse, e nemmeno più l’una dell’altra. Ognun per sé».

Chi è stato per lei l’europeista più Importante?

«Helmut Kohl, severissimo ma equilibrato. E Jacques Chirac, che pure aveva un profondo nazionalismo. A un vertice, un giornalista ci vide insieme e gli disse: “Ma cosa fate, che tanto fra poche settimane la Francia sarà nell’euro e l’Italia no”. Chirac lo fulminò: “II-y-a pas d`Europe sans rifalle” (qui il professore si lascia andare a una cadenza franco-bolognese, ndr), “non c’è Europa senza l`Italia”. Era cioè uno che aveva il senso della storia. Ecco, l’errore è stato non proseguire nella direzione della storia. Le novità degli ultimi 10 anni – l’economia digitale, i colossi come Amazon e Alibaba – sono americane o cinesi. Se fossimo davvero uniti saremmo noi i numeri uno, come lo siamo nella produzione industriale ed export. Oggi l’Europa è un pane mezzo cotto: cattivo, indigesto, ma non si può tornare alla farina e all’acqua. Per farlo diventare buono non si può che finire di cuocerlo».

AL PROSSIMO FESTIVAL della Coesione Sociale di Reggio Emilia (dal 24 al 26 maggio, www.socialcohesiondays.com), Romano Prodi parlerà di disuguaglianza. In Italia, ad esempio, un quarto della ricchezza è in mano al 10% della popolazione. Prima di incontrarlo, ho letto molte sue interviste in archivio. Nel 1978, appena nominato ministro dell’Industria, diceva che in Italia «c’è una scissione fra chi è dentro e chi è fuori». E nel 1997 che «l’Italia è divisa fra tutelati e non tutelati». Altri due decenni sono passati, e gli racconto che oggi, lavorando da una decina d’anni, ho maturato il diritto a 82 euro mensili di pensione. Ridiamo amaramente. «Era giusto dire queste cose nel 1978», mi risponde, «e nel 1997. Ma è innegabile: le diseguaglianze sono aumentate, ovunque, sempre».

Ma perché?

«In parte per la finanziarizzazione dell’economia, in parte per un problema fiscale. Le aliquote massime sono diminuite. Nel 1978 non avremmo mai sentito parlare di flat tax. Oggi è programma elettorale, e chiunque parli di aumentare le imposte perde le elezioni. Non ha il voto neanche di coloro che ci guadagnerebbero. Nessuno ha mai voluto pagare le tasse. Chi ha osato dire che sono belle, Tommaso Padoa Schioppa, è stato massacrato. Però credo che nei prossimi anni cambierà la coscienza che abbiamo del problema. I dati che ci martellano negli ultimi mesi, sugli italiani poveri, su quelli sotto la soglia di povertà, sui cosiddetti working poors occupati ma poveri: tutto ciò ci spingerà a correggere il tiro. Per ora, però, l’elettorato non si è ancora svegliato. E ha votato per chi gli sembrava in grado di proteggerlo».


Perché la sinistra ha smesso di essere un riferimento per le categorie vulnerabili?

«Perché non è stata capace di difenderle. La storia è andata così: non le ha difese nessuno. La globalizzazione ha tolto dalla miseria miliardi di persone, ma non è stata governata con regole che evitassero di marginalizzare i più deboli. Neanche la sinistra negli ultimi vent’anni è stata in grado di farlo. Non ne ha avuto la forza o non ne ha avuto la coscienza. Ma soprattutto non ne ha avuto la forza, di fronte a un potere che era più grande, quello del corso dell’economia, della tecnologia».

Come può riacquistare rappresentanza?

«Beh, per la gente questi nuovi partiti populisti sono una via di fuga. È da vedere se poi sono alternative all’altezza».

All’inizio di questa intervista si è detto “allarmato”.

«Viviamo in un momento di incertezza totale, globale. Un tempo si era certi che alcuni parametri – quelli per stare in Europa, il rapporto debito/Pil, le alleanze internazionali – sarebbero stati comunque rispettati. Invece oggi sembra saltare tutto. Le pare normale che Trump ripudi il trattato sul nucleare iraniano, un patto che ha richiesto 12 anni per arrivare alla firma, con altri sei Paesi? lo non dico che così si arrivi a una guerra, per carità. Ma è logico essere allarmati».

Così questo, di tutti i momenti storici che ha vissuto…

«…mi sta dicendo che sono vecchio? Guardi, corro 9 km in meno di un’ora a mattine alterne, ho quasi smesso di fumare il toscano. La vecchiaia bisogna anticiparla, cioè vivere come se si avessero 10 anni di meno. Viaggiare, andare in Cina e il giorno dopo a Roma. Essere insomma un po’ incoscienti. Poi un giorno pum, scoppieremo. Il botto sarà improvviso e unico. Siamo mortali, e come tali dobbiamo comportarci».

Lei alla mia età com’era?

«Grasso. Nell’animo ero come oggi, un incosciente. Non sono cambiato. Anche quando sono stato rottamato… ho visto con soddisfazione che poi il prezzo del rottame saliva. Mi chiamano a fare tre, quattro conferenze al giorno, ne scarto la massima parte. Ieri ho fatto lezione in una terza media. Dovevo spiegare loro la Cina. Ho detto loro: la Cina è un Paese che ha 22 volte gli abitanti dell’Italia. Con città grandi 500 volte Bologna. Bisogna spiegarle così, le cose, ai ragazzi. E tutte queste persone devono mangiare, ora chiedono la carne nel piatto tutti i giorni. Vede, c’è stato un grande cambio di prospettiva del partito comunista cinese. Un tempo si ponevano verso le democrazie liberali dicendo “cosa volete, siamo un Paese in via di sviluppo…”. Oggi ci guardano e dicono: voi avete un problema, noi cresciamo senza i diritti, facciamo star meglio la nostra gente, voi non siete capaci di farlo più».

GLI ARRIVA UN SMS. «È un mio amico. Dice: c’è il Giro d’Italia sull’Etna, quando ci andiamo noi? La mia decisione più giusta è stata vivere a Bologna. Ho la famiglia, gli amici. Se avessi traslocato a Bruxelles… non è che a settant’anni ti fai degli amici nuovi. Io vivo nella stessa casa da 50 anni».

Ed è sposato da 49 anni con Flavia Franzoni. Come si fa a stare insieme a lungo?

«Nel mio caso, bisogna avere una moglie paziente (ride). Anzi lo chieda a lei, che per me si è sacrificata molto. Conta avere interessi comuni. Ma più di tutto sono incontri fortunati. È come in politica: le persone stanno dove stanno bene. Se no, si cambia. Noi stiamo bene».
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Prodi chi? Colui che ha svenduto la nostra  Lira 1926 volte ? 
Caro Bartoli, tienimi informato di altri nostri successi europei. Te ne ringrazio.
Marcello Di Luise    
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Fortissimo!
Franco B.
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Caro Oscar, 
È un’intervista “umana”, schietta, senza fronzoli ed orpelli: mostra l’uomo com’è. Anche senza amarlo, bisogna stimarlo ed apprezzarlo. Se non avesse avuto due forti nemici, come Baffetto e Renzi, forse adesso saremmo in una situazione politica diversa. Con lui Presidente al posto dell’attuale, le cose sarebbero andate diversamente. Peccato!
Mi ha particolarmente colpito la sua riflessione su Chirac e Kohl ed il suo lapidario giudizio su Merkel ed il Francese: ognuno pro domo sua e noi nel guano.
Grazie sempre per queste perle d’interviste  e delle riflessioni a cui ci portano.
Aldo N.
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Un anno di Mueller



© CNN Illustration/Getty Images

Thursday marks one year since special counsel Robert Mueller was appointed to investigate Russian meddling in the 2016 US election. Mueller took over an investigation that was first opened by since-fired FBI Director James Comey in July 2016, during the campaign.
The far-reaching investigation continues -- witnesses are still being interviewed, and trials are scheduled for later this year. As the proceedings have dragged on, the White House has adopted an increasingly hostile tone toward the investigation, which President Donald Trump has repeatedly called a "witch hunt" and a "hoax."
Here is a breakdown of what we know about one year of the investigation under Mueller, by the numbers.
In one year, Mueller has brought charges against 19 people and three companies, including a former White House adviser, three former Trump campaign aides -- including the campaign chairman at the time -- a prominent Russian oligarch and a dozen Kremlin-backed trolls. In all, these defendants are facing a combined 75 criminal charges, ranging from alleged conspiracy against the United States, bank fraud and tax violations to lying to FBI investigators and identity fraud.
Five defendants have pleaded guilty -- most prominently, former national security adviser Michael Flynn and former Trump campaign aide Rick Gates, who are both cooperating with Mueller. Alex van der Zwaan, a Dutch lawyer who pleaded guilty to lying to the special counsel, is currently serving a 30-day prison sentence.
Former campaign chairman Paul Manafort is fighting Mueller's charges in court.

© AP Photo/Andrew Harnik, File In this June 21, 2017, file photo, former FBI Director Robert Mueller, the special counsel probing Russian interference in the 2016 election, departs Capitol Hill following a closed door meeting in Washington.

At least 40 people have voluntarily given interviews to Mueller's investigators, according to CNN's latest reporting and other news accounts. At least seven people are known to have testified at a grand jury, though the number is likely much higher because the proceedings are secret.
Before Mueller took over the investigation, at least two former Trump campaign staffers were placed under government surveillance. The FBI and Justice Department got approval from federal judges to wiretap and monitor the communications of Manafort and Carter Page, a foreign policy adviser to the campaign.
Earlier this year, Trump's lawyers touted an "unprecedented" level of cooperation with Mueller. They boasted that the White House had handed over 20,000 pages to Mueller and the Trump campaign had produced an additional 1.4 million pages of documents. They also noted that at least 20 White House staffers "voluntarily" gave interviews to Mueller's investigators, including eight people from the White House Counsel's Office.
The President has not yet been interviewed, but negotiations are underway for him to provide testimony. CNN has reported that in at least one meeting, Mueller raised the possibility of a subpoena to compel Trump's testimony. Trump has said he would "love to speak" to Mueller, so long as he is "treated fairly."
When Mueller was appointed, Trump's initial response seemed resolute but calm. "As I have stated many times, a thorough investigation will confirm what we already know — there was no collusion between my campaign and any foreign entity," the President said in a statement.
But early the next morning, Trump used what is now his signature phrase to describe the probe. "This is the single greatest witch hunt of a politician in American history!" he tweeted. He has tweeted about the "witch hunt" 39 times since the Mueller probe began, and has used it more frequently over the past two months.
Mueller has assembled a team of at least 17 lawyers and "dozens" of FBI agents to help with his investigation. Nine of the lawyers donated to Democratic candidates before 2017, according to federal records. Eight of those lawyers gave only to Democrats, while one has donated to Democrats and Republicans before.
Nearly $7 million was spent by the federal government between May and September 2017 to investigate Russian meddling in the 2016 election, according to the latest publicly available spending figures. Of that total, Mueller's team spent approximately $3.2 million, and another $3.5 million was spent separately by law enforcement personnel working on the investigation who do not report directly to Mueller.
Trump enjoyed 117 days of a Mueller-free presidency before May 17, 2017, when Deputy Attorney General Rod Rosenstein announced the special counsel's appointment. Rosenstein installed Mueller "to ensure a full and thorough investigation of the Russian government's efforts to interfere in the 2016 presidential election," his order said.
Five months later, in October, Mueller's team announced its first indictments. But the first trial is still two months away, slated for July 10, when Manafort will face federal bank and tax fraud charges in Virginia