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Berlusconi shock: "Con il bidet ho insegnato agli africani i preliminari"

La battuta ha consentito al vecchio esponente della destra di avere spazio e rilancio sulla maggior parte dei media italiani.

Ma anche in questo caso si tratta di una informazione fasulla.

Qualcuno dovrebbe suggerire al ''Rieccolo' nazionale che ci sono miliardi di persone che il culo se lo lavano (schizzetto, ampolla) senza avere bisogno di un aggeggio come il  bidet, oltretutto pericoloso da un punto di vista sanitario perche' facile diffusore di infezioni.

Con l'eccezione degli Stati Uniti nei quali il bidet continua ad essere  considerato uno strumento delle professioniste del sesso.

Non e' un mistero che in America se uno vuole pulirsi dopo la defecazione deve mettersi sotto la doccia.

Questo Berlusconi non finisce di apparire patetico con le sue dichiarazioni estemporanee.

Uscendo dall'ultima settimana di rimessa a nuovo in una clinica di Merano, il Nostro ha voluto farci sapere che lui e' ancora un 'birichino' alludendo a presunte capacita' erotico sessuali delle quali agli italiani non gliene puo' importare di meno. Soprattutto quando si tratta di un anziano di 81 anni.

Frase questa che unita alla maschera grottesca determinata dal bisturi e dal botulino, con l'aggiunta delle verniciate sul cranio per fingere uno scalpo inesistente creano un mix di immagine decrepita.

Attendiamo con ansia di leggere che qualche decina delle fanciulle pagate (e non) con le quali l'ex Cavaliere si e' sollazzato capiscano che il pendolo della falsa morale sta girando a loro vantaggio, dopo lo scandalo di Weinstein a Hollywood.

Gli italiani stanno ricicciando uno statista che tra i gravosi impegni di governo trovava anche il tempo di insegnare ai libici e africani in genere come pulirsi le frattaglie prima di copulare. 

Le famose industrie italiane dei sanitari ringraziano fervidamente.

Oscar

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SILVIO BERLUSCONI LICIA RONZULLI A MERANO DA CHENOT

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articolo degno di Novella 2000.... se ancora esiste
Edoardo Maraffi

 


Dal 19° Congresso le linee guida per condurre la Cina ai vertici del mondo

Il congresso comunista – La leadership più forte della Cina cambia tutto

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero
Mercoledì prossimo si aprirà il 19° Congresso del Partito Comunista Cinese. Un evento che deciderà in modo irrevocabile la futura politica di una Cina ormai diventata potenza globale nel campo politico, economico e militare.
Forse a causa della scarsità di notizie sullo svolgimento dei lavori del Congresso, le discussioni sui suoi possibili esiti sono state poche e spesso superficiali, anche se si tratta del destino di un paese che, da solo, porta la responsabilità di quasi un terzo della crescita mondiale, mentre ormai nessuna delle grandi imprese multinazionali può permettersi di non essere presente nell’impero di mezzo. La riunione della prossima settimana influirà quindi sul futuro del nostro pianeta più di ogni altro avvenimento politico.
A differenza di quanto avviene nelle democrazie occidentali vi è infatti la quasi certezza che le decisioni prese non saranno mutate almeno fino al prossimo Congresso, cioè fra cinque anni.
Anche se poco più di un cinese su venti è iscritto al Partito, esso rimane infatti il vero e unico centro di potere e da esso strettamente dipendono sia l’esercito che il governo. Nei primi cinque anni della Presidenza di Xi Jinping il potere del Partito si è inoltre ulteriormente rafforzato operando in presa diretta su tutte le componenti dello stato e agendo in modo determinante sulle amministrazioni delle province, sulle imprese pubbliche e sul sistema finanziario e bancario.
La pur necessaria lotta contro la corruzione si è inoltre progressivamente estesa a tutti gli aspetti decisionali del paese e, di conseguenza, ha tagliato alcuni nodi di potere che potevano condizionare la compattezza del comando della Cina.
In conseguenza di queste decisioni politiche molti osservatori pensano che il prossimo congresso voterà in favore di un ulteriore accentramento del potere, con il passaggio da sette a cinque componenti del Comitato Centrale, che dovrebbe essere in ogni modo totalmente rinnovato.
Rinnovato per fare che cosa? Anche se abbiamo già osservato che non esiste una piattaforma conosciuta sulla quale si concentreranno le discussioni e le decisioni del Congresso, possiamo tuttavia affermare che la futura politica della Cina viene bene riassunta dalle due espressioni che più sono ripetute nelle informali discussioni precongressuali. Due espressioni che suonano come “consapevolezza e consolidamento” del ruolo della Cina nel mondo.
Il paese che fino a pochi mesi fa veniva definito dai sui stessi governanti come un paese “in via di sviluppo” si prepara cioè ad un Congresso che vuole prendere apertamente atto di un grande obiettivo: giocare un ruolo di assoluta primazia nel futuro del pianeta.
Prima di tutto con uno sforzo interno di trasformazione di un paese in cui ogni giorno nascono quindicimila nuove imprese, si abbandonano le produzioni a basso valore aggiunto, aumentano vertiginosamente le spese in ricerca e si sfida il primato mondiale in settori di vitale importanza nel futuro, come l’automobile elettrica e i supercomputer. Obiettivi che debbono accompagnarsi alla sostituzione di consumi agli investimenti, alla riforma del sistema bancario e alla riduzione delle inefficienze di molte imprese pubbliche.
In politica estera saranno gli anni della concreta attuazione della via della Seta, che si traduce in un enorme impegno per l’espansione verso l’estero, attraverso una presenza pervasiva nell’Asia Centrale e una crescente influenza in Europa ed Africa. Un progetto di proiezione economica verso l’estero che non ha uguali.
Il tutto accompagnato da un processo di modernizzazione e di rafforzamento degli apparati militari, anche se fino ad ora vi è una sola base militare all’estero (a Gibuti) di fronte alle alcune centinaia che gli Stati Uniti presidiano in tutto il mondo.
Xi Jinping potrà aprire il Congresso con la consapevolezza che il progetto di spingere la Cina verso la primazia mondiale si fonda sulla condivisione di un un nuovo sentimento di orgoglio nazionale.
Anche se le esperienze personali non hanno certo validità scientifica, mi viene tuttavia spontaneo ricordare quando, nel mio primo anno di insegnamento a Shanghai nel 2009, uno studente mi chiese di descrivere nel ristretto spazio di tre parole le mie aspettative sul futuro della Cina.
Mi venne spontaneo rispondere che mi attendevo una “growing cooperative China”, cioè una Cina che continuasse a crescere cooperando con gli altri paesi del pianeta. Le mie parole furono accolte con un sincero applauso.
Cinque anni dopo un altro studente mi fece la stessa domanda ed io, ovviamente, diedi la stessa risposta. Ad essa non seguì però un applauso ma la richiesta di precisare che il termine “cooperazione” non sottintendeva alcun implicito ruolo di subordinazione della Cina di fronte al mondo occidentale.
Il presidente Xi Jinping può essere perciò sicuro che quando esporrà ai 2300 delegati del Congresso le linee-guida per condurre la Cina ai vertici del mondo potrà godere del consenso di un paese che ha come primario e condiviso obiettivo il ritorno all’antica grandezza. Il che implicherà un cambiamento radicale non solo del futuro economico ma anche del futuro politico del nostro pianeta.

Dieci milioni di dollari per impicciare Trump

How to Impeach Donald Trump: Larry Flynt Is Offering $10 Million to Anyone With Suitable Info

Josh Lowe,Newsweek 
Larry Flynt, the founder and publisher of Hustler magazine is offering a $10 million  reward for information leading to the impeachment of President Donald Trump.
Fox Anchor Liz Claman, who broke the story, tweeted an image of an advert for the money. Flynt himself subsequently retweeted the story. Hustler had not replied to a request for comment at the time of publication.

The advert says: “Buried in Trump’s top-secret tax returns or in other records from his far-flung investments there may be a smoking gun.”
“The attempt to impeach Donald Trump will strike many as a sour grapes plot by Democrats to overturn a legitimate election,” it continues.

“But there is a strong case to be made that the last election was illegitimate in many ways—and that after nine tumultuous months in office, Trump has proven he’s dangerously unfit to exercise the extreme power accrued by our new ‘unitary executive.’”

The full page advertisement says that Trump “only” won the election thanks to the “quirks” of the electoral college, which it calls “a real anachronism today.” It accused Republicans of a “scorched-earth spree of gerrymandering” after the 2010 census.

The advert says that Trump’s missteps include “inciting violent civil strife with his racial dog whistling,” “gross nepotism,” and “sabotaging” the Paris accord on climate change.
“Most worrisome is that, long before a climate change apocalypse strikes, Trump might trigger a nuclear world war,” it adds.

“Impeachment would be a messy, contentious affair,” the ad concedes, “but the alternative—three more years of destabilizing dysfunction—is worse.”

Flynt also offered a similar reward in 1998, during the impeachment trial of former President Bill Clinton. He has also shared clips from Hustler criticizing Trump, calling him a "buffoon" and a "narcissist," and a piece calling on the Democrats to be "more than the party of no."

Non è un coro, semmai una cacofonia



Alberto Pasolini Zanelli
Non è un coro, semmai una cacofonia. In ogni caso Donald Trump non potrà lagnarsi. Della disattenzione dei suoi amministrati e del resto del mondo. Lo ascoltano tutti in quasi tutti i continenti. Lo ascoltano quasi avessero qualcosa da dirgli, da suggerirgli o da comunicargli i loro giudizi. Che non sono, questo no, troppo lusinghieri, vengano da casa o da fuori. Gli americani, semmai, sono più severi degli stranieri nell’esprimere giudizi sull’attuale inquilino della Casa Bianca, soprattutto sulle note dell’apprensione. Dagli amici dell’America, opportunisti o fedeli che siano. A cominciare da Theresa May, primo ministro britannico (che gli consiglia con gentile sincerità di stare attento ad abbandonarsi al suo istinto di stracciare il trattato con l’Iran, che non sarebbe cosa prudente), dai suoi colleghi in Europa e nella Nato o a un amico grato e fedele come un ex premier di Israele, Ehud Barak: “Se l’America lo farà, rimarrà sola e a guadagnarci saranno i governanti di Teheran”.
I più severi sono gli americani, a cominciare dal potente senatore repubblicano Bob Corker (“Un gesto che potrebbe condurci sul sentiero di una terza guerra mondiale”), ai responsabili  della diplomazia e della Difesa, perché “tengano il Paese lontano dal caos”, al Segretario di Stato Rex Tillerson, che pure è sostanzialmente un falco e che ha apertamente criticato le insufficienze del trattato con Teheran ma che è ostile al disegno del presidente di stracciarlo “perché così regaleremmo agli iraniani la scusa per riprendere le iniziative ostili nel Medio Oriente, che finora avevano sospeso, rispettando del trattato le clausole nucleari”. Non che ci sia bisogno di convincere Tillerson a contrapporsi in questo al presidente: in una discussione con Trump diventata famosa, gli aveva dato del moron, epiteto traducibile come “somaro” o “mentalmente ritardato”.
Avevano discusso anche della Corea del Nord. Crisi che i più giudicano più grave di quella iraniana perché l’avversario è meno conosciuto e dunque imprevedibile. “Le strategie del presidente – aveva riassunto Tillerson - escono dal quadro tradizionale e dai tradizionali traguardi perseguibili e ottenibili nell’interesse del nostro Paese. Alla ricerca di strade nuove e di un approccio drammaticamente diverso, dalla nostra politica tradizionale”. Un indizio concreto è una scelta anche economica, che si propone di tagliare sensibilmente le spese di gestione diplomatica e contemporaneamente di aumentare il bilancio militare di 54 miliardi di dollari, pari all’intero budget del Dipartimento di Stato. A quanto pare nella convinzione che la forza conti più della diplomazia nei rapporti internazionali e che gli altri Paesi, anche alleati, rispondano meglio alle minacce che alla persuasione.
Per esempio si potrebbe impedire all’Iran di sviluppare missili balistici, che potrebbero colpire bersagli nell’area. In tale quadro potrebbe rientrare anche la minaccia di “distruggere totalmente” la Corea del Nord. E fra le cose che si prevede sapremo presto. Entro una settimana Trump dovrà comunicare il suo rifiuto di ratificare e prolungare la validità del trattato con l’Iran, annunciando che esso “non è più nell’interesse degli Stati Uniti”. Se lo farà, toccherà al Congresso chiuderlo o difenderlo prolungandone la sopravvivenza. Poi il presidente potrà imporre nuove sanzioni non previste dal trattato. Se la tensione continuerà ad aggravarsi, la situazione potrebbe assomigliare alla casistica  per le dichiarazioni di guerra. L’ultimo esempio rimanda a un conflitto con l’Irak: un presidente, Bush, ottenne il permesso.
Questa volta il contrasto è più netto e l’opinione pubblica potrebbe avere un ruolo maggiore. I sondaggi indicano un diffuso e crescente malumore nei confronti del presidente e della sua politica estera. Trentotto americani su cento la approvano, 62 su cento no. Solo per quanto riguarda l’andamento dell’economia Trump risale a quota 48. Tocca l’abisso, invece, nei giudizi come persona: 43 lo ritengono all’altezza del suo officio, 57 no. Sulla onestà emergono 40 sì e 56 no. Se sia sano di cervello 29 sì e 67 no. Si ritorna a quello sfogo di Tillerson che però non si è dimesso. E non è stato licenziato.

La storia, suggerisce Aspesi, «è vecchia come il mondo


Malcom Pagani per www.vanityfair.it

Darryl Zanuck, il produttore di Elia Kazan, di Henry King e di Eva contro Eva «le voleva tutte biondo cenere» e ogni pomeriggio, né troppo presto, né troppo tardi, «riceveva in ufficio una ragazza diversa con la promessa di un contratto». Se Hollywood è stato sempre sinonimo di Babilonia, il divano del produttore, «meglio il sofà, come in quello straordinario libro di Ford e Selwyn uscito all’inizio dei ‘90», sostiene Natalia Aspesi, 88 anni da eretica sopravvissuta con un certo piglio ai roghi del pensiero debole, ha rappresentato il lasciapassare per attrici dal talento variabile.

Ava Gardner, ma anche Betty Grable, che con le sue gambe chilometriche passava dai set dal titolo profetico, Come sposare un milionario, a feste da cui usciva, ricordò poi, «alle prime luci del giorno, sentendomi come un osso intorno al quale cani rabbiosi avevano lottato tutta la notte».

harvey weinstein harvey weinstein
La storia, suggerisce Aspesi, «è vecchia come il mondo». E prima di Harvey Weinstein– e con ogni probabilità anche dopo di lui – continuerà. Dei latrati che rincorrendosi sul web, in un ribaltamento di ruoli tra presunte vittime e carnefici da prima pagina, abbaiano insulti verso le attrici che hanno denunciato le incontrollabili pulsioni del produttore statunitense, Aspesi non si cura: «Mi dispiace, ma non avendo tempo di frequentare la rete, devo fare delle scelte».

E cosa ha scelto?
«Ho scelto di non occuparmene».

Però avrà letto. Dopo un silenzio ultraventennale, accompagnato da un brusio di voci non verificate, il New York Times e il New Yorker, sul tema Weinstein, negli ultimi giorni si sono dati battaglia a colpi di inchieste.
brad pitt gwyneth paltrow
«Ho letto. Non tutto, ma quel che bastava. E le dico la verità: mi sembra una vicenda in cui le storie finiscono per assomigliarsi tutte tra loro».

E cosa raccontano queste storie?
«Un’insincerità di fondo. Sono un lamento tardivo. Un coro che non tiene conto della realtà dei fatti».

E qual è la realtà dei fatti?
«Che i produttori, almeno da quando ho memoria di vicende simili, hanno sempre agito così. E le ragazze, sul famoso sofà, si accomodavano consapevoli. Avevano fretta di arrivare. E ancor più fretta di loro avevano le madri legittime che su quel divano, senza scrupoli di sorta, gettavano felici le eredi in cerca di un ruolo, di un qualsiasi ruolo».

C’è stata qualche eccezione?
«Poche. Sa cosa diceva Sofia Loren?».

Cosa diceva?
«Mi sono sposata per proteggermi, per non dover passare attraverso esperienze molto negative».

Cosa le dà fastidio leggendo a posteriori le ricostruzioni degli incontri di Weinstein con le attrici?
«La rappresentazione ecumenica, irrealistica, quasi angelicata di questi incontri. Il mostro da una parte, l’agnello sacrificale dall’altra. A quanto leggo, Weinstein non concedeva normali appuntamenti professionali, in ufficio, con una scrivania a dividere ambiti e intenzioni. Non parlava di sceneggiature. Chiedeva massaggi. E se tu chiedi un massaggio e io il massaggio te lo concedo, dopo è difficile stupirsi dell’evoluzione degli eventi».

Che fa, Aspesi, giustifica?
«Non giustifico niente. Il femminismo è ancora una delle missioni più importanti per le donne di tutto il mondo, forse la più importante in assoluto. È qualcosa in cui ho creduto e credo ancora ciecamente. Ma non mi pare che con queste denunce possa fare un salto decisivo. Magari sbaglio, ma ho i miei dubbi».

Che altri dubbi le vengono leggendo le cronache degli ultimi giorni?
«Che sia una vendetta fratricida, per togliere di mezzo Weinstein. Era un produttore potente come pochi e sporcaccione come moltissimi altri. Che la storia, risaputa da decenni, sia venuta fuori con questa virulenza soltanto adesso, accompagnata da decine di testimonianze, non può essere casuale».

Cos’altro non è casuale?
«Il tempo che scorre. Alle 20 devo spedire un articolo per il mio giornale. La saluto, mi stia bene».

Trump's Approval Ratings Have Dropped in Every State Since the Inauguration

Marie Solis,Newsweek 
President Donald Trump's approval ratings have dropped in every state since he took office, says a new survey.
According to the Morning Consult poll, Trump's national net rating has dropped 19 points since January. And Trump is faring poorly even in many of the deep-red states that helped him win November's election: In Tennessee, Mississippi and Kentucky, the president's approval rating has fallen by 20 or more points.
A majority of voters in 25 states along with Washington D.C. says it disapproves of Trump's presidential performance as of September; he's managed to retain support from a majority of voters in just 12 states.
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These findings arrive on the heels of a new Reuters/Ipsos daily tracking poll which revealed that Trump's favorability among Americans in rural stretches of the country is also declining: Reuters determined Trump's immigration policy has been a major factor in his waning popularity. Rural Americans' approval of Trump's governance on immigration has dropped 10 percentage points since his January inauguration.
Kyle Kondik, the managing editor of Sabato's Crystal Ball at the University of Virginia Center for Politics, told the Morning Consult that it's hardly unusual for a president's favorability to drop after taking office. Still, Trump's poor national standing could have consequences for the GOP in the 2018 midterm elections, when 23 Democrats, two independents and eight Republicans are up for reelection.
“Trump is not (popular) right now, and his weakened standing could threaten Republican chances to defeat Democratic Senate incumbents in dark red states," Kondik said.
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Still, just nine months into Trump's presidency, it's too soon to tell whether his lack of popularity will have consequences for a reelection campaign. On Friday, before the latest poll, Doug Sosnik, a Democratic political strategist and former senior adviser to President Bill Clinton, suggested that Trump has a "clear path to winning reelection" in 2020.
"If Trump isn’t removed from office and doesn’t lead the country into some form of global catastrophe, he could secure a second term simply by maintaining his current level of support with his political base," he wrote in an op-ed for the Washington Post.
The president hasn't responded yet to the latest favorability polls, but, historically, he hasn't taken well to them. In August, Trump posted a series of tweets calling his poor approval ratings the result of "phony fake news polling," and arguing that the Trump support base was only "getting stronge