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Roma vs Washington: la globalizzazione, la convergenza e la gioia di non avere regole

(da "art part of culture")


Negli ultimi anni il processo di globalizzazione ha accelerato quello di convergenza di costumi e modi di vivere nel mondo. In particolare, in America, è possibile esaminare il tema della globalizzazione e della convergenza anche attraverso storie quotidiane, esperienze e aneddoti che riguardano l’evoluzione, negli ultimi 30 anni, di tre particolari aspetti della vita  tra Roma e Washington: il football, la vespa e il caffè.

Washington non è l’America come Roma non è l’Italia, certamente, ma quando mi accinsi a partire per l’America (erano gli anni ‘80), un alto dirigente di una banca italiana mi disse: “Tu andrai a vedere il futuro”. Quelle parole mi rimasero impresse, anche se, allora, non ne potevo comprendere il corretto significato. Andavo a vedere il futuro e questo, dunque, significava che prima o poi certe cose sarebbero giunte in Italia e che la convergenza, anche se solo in una direzione, si sarebbe  realizzata?
Mi ero fatto l’idea che stavo per passare da una città che un tempo era stata la capitale del mondo ad un’altra città che in quel momento era la capitale del mondo.
Invece il primo contatto con Washington ribaltò la mia ipotesi: non sembrava affatto una città mondiale e globale, ebbi addirittura l’impressione d’essere capitato in un villaggio del passato. Dov’era questo promesso futuro?
Ad esempio sotto le gonne delle donne si intravedevano gli orli delle sottovesti un indumento che le donne italiane ed europee avevano in gran parte abbandonato fin dagli anni ‘60; gli uomini avevano i capelli cortissimi quasi fossero state rasature militari. il centro della città, non era facilmente identificabile e, soprattutto, era deserto già dalle sei della sera.
Ben presto, però, ho cominciato a scoprire che accanto al “villaggio” Washington esisteva un’altra Washington, davvero imponente, la Washington sede di grandi istituzioni:del la Casa Bianca, della FED  (il Tesoro), dell’ FBI, del Pentagono…
A  Washington, inoltre, ci sono grandi monumenti che raccontano la storia da due secoli, forse pochi se comparati a quelli della Roma antica, ma potenti: il Lincoln Memorial, il Jefferson Memorial; il Museo dello Spazio e soprattutto il Museo di Storia Americana dove gli americani celebrano e rievocano la propria storia e infine il Potomac, il fiume di Washington circondato da una natura selvaggia e protetta.
I grandi monumenti americani sono l’espressione di istituzioni, norme e valori che hanno posto le fondamenta degli Stati Uniti e favorito il loro sviluppo. Uno dei più caratteristici è il Jefferson Memorial, dove sono scolpite le parole sulla ricerca della felicità - Pursuit of Happiness:
Noi riteniamo queste verità di per sé evidenti: che tutti gli uomini sono creati uguali, che essi sono dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili, fra questi sono la vita, la libertà e il perseguimento della felicità.”
Thomas Jefferson
E, a differenza dei monumenti di Roma che, pur attirando l’ammirazione degli stranieri, sono dati per scontati dai romani e dagli italiani, i monumenti di Washington sono oggetto di adorazione da parte degli americani e di stupore da parte degli stranieri.
1. Il Football
In quel viaggio da Roma a Washington, aereo TWA con cambio a New York, sbarcai al vecchio Washington National Airport. Era lunedì 30 gennaio 1984 e faceva un freddo inusuale per un italiano avvezzo ai climi temperati; c’era la neve per le strade ed una temperatura minima, 28.0° F, ovvero sotto zero.
In quel momento, l’unico segno di globalizzazione che accomunava Washington e Roma erano sciarpe e berretti di un colore terrigno e giallognolo che ricordavano colori della squadra italiana che molti chiamano “magica”: questi oggetti si vendevano in abbondanza a Washington sulle bancarelle di K Street e a me veniva da pensare che la magica fosse riuscita a varcare l’oceano fino a diffondere nella nuova capitale del mondo i suoi colori.
Invece, una settimana prima del mio arrivo si era giocata la finale del campionato di Football Americano, il Superbowl, e i Washington Redskins, la squadra di Washington, aveva perso la finale contro i Raiders di Los Angeles per 38 a 9. Ma io non sapevo nulla di questo e soltanto in seguito ho scoperto che quei colori non venivano dalla terra di Enea, ma appartenevano alla squadra locale, appunto i Washington Redskins: ecco che si verificava una prima associazione tra colori (terrigno e giallognolo) e mancate vittorie! I Redskins e la Roma: la globalizzazione e la convergenza erano già in atto.
La mancanza del calcio domenicale, in un paese che a quell’epoca non conosceva assolutamente il soccer, mi portò a interessarmi al Football Americano e così, solo cinque anni più tardi, ero diventato uno dei più accaniti tifosi dei Washington Redskins sicché, quando nel 1988 questi vinsero il XXII Superbowl, mi trovai a tifare per i colori che non avevo mai troppo amato.
Già perché io tifavo Lazio e la nascente passione per i Redskins non aveva eliminato la passione per l’aquila biancazzurra. Le gesta della Lazio di Cragnotti in un internet appena incipiente giungevano confuse, mentre i giornali italiani, dopo i Mondiali di Calcio in America nel 1994, cominciavano a essere disponibili il giorno stesso e potevo leggerli, nel mio ufficio, a fine giornata. Lo scudetto della Lazio nel 2000 fu un segno evidente di comunicazione globale. All’epoca non esistevano tv satelliti e digitali e l’unico modo di seguire le partite era attraverso Kataweb Sport, cliccando ripetutamente sulla pagina per aggiornarla sperando che il lento collegamento web non si interrompesse, permettendomi di seguire l’evoluzione della partita e il risultato. E’ stato in questo modo, che ho seguito da Washington la vittoria del secondo scudetto da parte della Lazio.
Oggi, mentre il Football americano fa timide apparizioni nel panorama sportivo italiano ed europeo, il soccer è oramai accettato e diffuso negli Stati Uniti anche grazie all’interesse degli immigrati soprattutto dell’America Latina.
Anche qui esiste, infatti, un regolare campionato di calcio e  la nazionale americana ha recentemente battuto, in amichevole, la nazionale italiana di calcio mentre a Washington, come in altre città americane, esistono bar e ristoranti (tra tutti il mitico Summers Restaurant)  dove è possibile vedere le partite di calcio da tutto il mondo come anche le partite di baseball, basketball, football americano.
2. La Vespa
Un altro esempio della globalizzazione e della convergenza tra Roma e Washington è la Vespa.
All’epoca, nel traffico di Roma, uno dei più grandi piaceri era quello di andare in Vespa anche perché si poteva circolare senza casco, con i capelli al vento e gli occhiali da sole. Una passione alla quale difficilmente avrei rinunciato. Infatti, andando in America, imbarcai in nave la mia Vespa LX150 a quattro marce e due tempi (vale a dire che il rifornimento si effettuava nelle apposite colonnine dove c’era la miscelazione di olio e miscela) che in America era assolutamente sconosciuta. Mi colpì vedere la mia Vespa lasciata solitaria in un piazzale del porto di Baltimora mentre la Maryland Vehicle Administration mi riceveva con interesse e curiosità anche perché la Vespa era un “animale” che andava a miscela, un meccanismo assolutamente nuovo per gli americani. E in quel frangente ebbi modo di imparare a conoscere ed apprezzare una qualità tipicamente americana: la curiosità, la tutela e il rispetto per ciò che è nuovo, diverso.
Senza troppi intoppi burocratici, nel 1985, per la prima volta una Vespa attraversò l’Oceano e venne immatricolata negli Stati Uniti.
In America non solo gli spazi sono enormi, ma in strada non è neanche possibile passare avanti a tutti o sgattaiolare tra le macchine. Quando lo facevo, gli altri automobilisti mi guardavano come venissi da un altro pianeta ed io mi sentivo imbarazzato e patetico. Così fui costretto a dimenticare la passione per la Vespa: misi un annuncio per venderla e dopo oltre tre mesi ricevetti l’offerta di un francese che l’acquistò per 500 dollari.
Eppure, dopo oltre vent’ anni, all’inizio del 2000, quando la Piaggio decise di entrare nel mercato degli U.S.A.,  la Vespa, a benzina senza marce è diventata lo scooter più importante negli Stati Uniti.
3. Il Caffè
Il caffè era il caffè americano. L’espresso era uno sconosciuto. Ma quando l’espresso è arrivato a Washington nel 1993, il posto più popolare dove poterlo bere era Starbucks, la McDonald’s del caffe dove i vari prodotti (caffè americano, espresso, cappuccino, e pasticceria americana), serviti in ambienti che vorrebbero evocare l’atmosfera dei caffè italiani, sono uguali e standardizzati a Seattle come a Washington e ora anche a Lisbona, Parigi Pechino
Insomma il caffè globale. Un’esperienza esilarante per un italiano.
Quando si chiede il caffè espresso, si riceve la domanda “one shot or two shots?” ovvero: lungo o ristretto? L’italiano amante del caffè risponde one shot, naturalmente. Il barista, forse accorgendosi dell’accento, cerca di venire incontro al cliente straniero che non ha acquisito la logica americana e spiega che il secondo shot viene a costare solo 20 cents in più. Un’ovvia convenienza per chi ha a cuore la quantità più che la qualità L’italiano ribadisce prontamente, ma gentilmente: I prefer one shot.
Il barista rimane un po’ perplesso, a lui sfugge la logica del caffè all’italiana e forse prova anche un senso di colpa per dover vendere una goccia di caffè per oltre un dollaro. Comunque incassa la preferenza per uno shot, ma ti guarda con attenzione quasi a rassicurarsi che sei davvero un essere umano; si avvicina alla macchina del caffè, regolarmente italiana, armeggia con la familiarità di un barista della Tazza d’Oro e poi con un sorriso complice e compassionevole, sicuro di aver fatto un’ opera buona ti porge il bicchiere di plastica e ti dice I made two shots!
A quel punto sei condannato. Devi ringraziare con ostentazione la generosità del barista, guardare perplesso dentro il bicchiere di plastica e renderti conto che più che un espresso lungo quello ti ha dato un caffè americano ristretto. Capisci che non hai scampo e se ti era venuta voglia di raccontare come si prepara davvero un cappuccino, desisti. Avresti voluto dire che il latte del cappuccino non si bolle in una gigantesca casseruola, che se il latte ha raggiunto la giusta temperatura si sente con la mano e non con il gadget della temperatura inserito nella pentola… ma poi pensi che when in Rome do what romans do, e sai già che non ordinerai più un espresso in America, ma un american coffee, che è quello per cui sono specializzati.
Malgrado la globalizzazione abbia operato e operi efficacemente nel diffondere nel mondo l’applicazione delle migliori pratiche e porti a una significativa convergenza di modi di vivere, le modalità di intendere e di godersi la vita rimangono diverse. Vale a dire che la ricerca della felicità è universale, ma i modi per raggiungerla sono distinti.
E alla fine fa bene al cuore pensare che la globalizzazione sarà completa e la convergenza realizzata non soltanto quando in Italia saranno adottate le stesse norme e istituzioni (indispensabili e urgenti) che hanno favorito due secoli di sviluppo americano, ma anche quando la nazionale americana di calcio vincerà il Mondiale oppure quando nel traffico di Washington il vespista si porterà in testa al semaforo e nell’attesa manderà qualche messaggino con il suo i-phone o quando Starbucks aprirà in Italia un negozio a conduzione familiare e gli americani degusteranno l’espresso napoletano al banco di un bar fumante, con sapori di cornetti caldi, battute e commenti a voce alta. Senza regole.