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Mao Tse-Tung

Alberto Pasolini Zanelli
Tre inchini davanti alla mummia nel mausoleo e, nel Paese, un ricordo segregato nelle pagine interne dei giornali di partito. Così la Cina ufficiale ha celebrato il centoventesimo anniversario della nascita di Mao Tse-Tung. Verrebbe voglia di chiamarlo compleanno dal momento che i Grandi sono per definizione immortali, ma l’atmosfera a Pechino e dintorni non era neppure in questa occasione la migliore per le divinizzazioni. Tutt’al più per un ricordo articolato e rispettoso, che doveva tenere conto di due realtà e di alcune convenienze. La prima realtà è che questa è la Cina di Mao, anche se fa nelle cose più importanti tutto il contrario di quello che Mao predicava e imponeva, perché la storia è un legame tenace e senza il comunista spietato e spesso delirante non ci sarebbe la Cina di oggi, lanciata in gara con l’America verso la conquista della medaglia d’oro nelle olimpiadi della potenza anche se ci sta arrivando attraverso una vertiginosa, lunga marcia all’indietro, attraverso e per merito di tutti quegli strumenti che Mao aborriva e consegnava al disgusto e al rogo, ideologico ma anche reale. Senza Mao non ci sarebbe Xi. Ci sarebbe forse un’altra Cina risorta e ritornata al ruolo che ha avuto nei millenni a conclusione di un “buco nero” di due secoli di decadenza vertiginosa e di riscossa pagata con fiumi di sangue. Il mausoleo resta, resta il ritratto ufficiale sulla Tienanmen, resta la fraseologia.
L’uomo nato centoventi anni fa e morto da trentasette è anche il capostipite della dinastia che regna sull’Impero del Mezzo, imperniata sull’immutato potere del Partito Comunista anche e soprattutto mentre esso conduce una strategia e una politica che sono il contrario dell’ideologia comunista. La Cina non può rinnegare Mao perché si priverebbe di un’icona, ma lo ha da tempo sconfessato. L’autore primo è stato naturalmente l’immediato successore, quel Deng che fece ripartire la Cina del Miracolo con una frase che, nella sua semplicità, affondava una lama liberatoria nel cuore della mistica rivoluzionaria: “Non importa di che colore sia il gatto: basta che acchiappi i topi”. E cominciò subito a prenderli quando la salma era ancora calda. Demolizione e ricostruzione.
Come si fa a spiegarlo a un miliardo e mezzo di cittadini-sudditi senza accendere o riaccendere quei dibattiti che il regime continua ad aborrire anche da quando i grandi successi lo hanno consolidato. Non si vuole parlare e non si può tacere. Allora ci si inchina tre volte in piazza Tienanmen e si inzuppano le pagine interne dei giornali con i ricordi, le commemorazioni, le celebrazioni e le critiche. La frase chiave di quest’anno è il giudizio anodino e tagliente sulla Grande Rivoluzione Culturale Proletaria, l’ultimo squillo di tromba del maoismo. La si sconfessa quasi fra parentesi, con delle smorfie fra le parole: “È stata un errore”. È stata molto di più, naturalmente. È stato un esperimento fallito di cui non restano tracce se non nella retorica e nell’utilizzazione spesso eufemistica. Deng, sempre lui, aveva valutato Mao in percentuali: “Settanta per cento buono, trenta per cento cattivo”. Ora la Rivoluzione, soprattutto la sua conduzione militare, dal mito della Lunga Marcia alla realtà dell’assalto decisivo del 1949 alle metropoli costiere frontiera della Cina col mondo.
La Rivoluzione Culturale fu il canto del cigno, l’estrema folle fuga dalla realtà, un torbido sogno che ritardò di altri dieci anni almeno la rinascita dell’immenso Paese (causò anche, incidentalmente, un abbaglio forse senza precedenti lontano dalla Cina, in un Occidente che credette di leggervi una svolta “liberale” e giunse a paragonare positivamente le orge di sangue di Pechino con i faticosi, meschini, piccoli passi che si tentavano a Mosca). Fu soprattutto, la Rivoluzione Culturale, il folle tentativo di cancellare le tracce del vero, massimo folle delitto del maoismo: il Grande Balzo in Avanti, la controriforma delirante dell’economia che generò dai dieci ai quindici milioni di morti, soprattutto di fame. Quando qualcuno cominciò a riconoscerlo e a parlarne all’interno del Partito Comunista, Mao reagì costruendo mille ghigliottine, una macchina di sterminio in gran parte della leadership del Partito Comunista, a cominciare dai compagni di lotta della prima ora, ai commilitoni della Lunga Marcia. Di quello gli oratori hanno preferito non parlare perché sarebbe stato difficile anche per loro travestire da “errore” quella immane tragedia. Ci sono ancora voci di dissenso dentro al partito, nostalgici del maoismo “puro e duro”. Il più recente, o il più noto, Bo Xilai, inciampato nelle trappole di un processo per corruzione ma abbattuto soprattutto perché cercava di arruolare nella lotta per il potere fantasmi che grondano sangue. La Cina di Xi Jinping va avanti nella direzione opposta, cavalca, non senza giustificazioni, l’orgoglio della riscossa nazionale, della crescita economica, del benessere che comincia ad affacciarsi anche nelle remote province rurali. Batte il sentiero opposto a quello indicato e imposto da Mao. È considerato il più “capitalista” tra i leader comunisti cinesi. Per questo parla il meno possibile di Mao, che resta un nome che divide. Più saggio, più comodo è un triplo inchino alla sua mummia.