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John Kerry e il “gol dello zoppo”.



 

Alberto Pasolini Zanelli
 John Kerry, dopotutto, è riuscito a fare il “gol dello zoppo”. A pilotare, dall’alto delle sue stampelle di ciclista imprudente, il galeone di uno dei negoziati più lunghi e complicati della storia diplomatica. Ha tagliato il traguardo in uno storico palazzo di una città come Vienna, già sede di uno storico trattato a conclusione di un più storico Congresso. Sono davvero tutti contenti? Evidentemente era impossibile e ciò spiega la diversità delle reazioni.
Si applaude così Barack Obama, esultano gli ayatollah di Teheran, emettono sospiri di sollievo i governi dei Paesi che hanno avuto un ruolo nelle trattative, formalmente di mediatori, in realtà soprattutto di testimoni. Il ruolo più attivo è stato, inevitabilmente, quello della Russia, che però più che esultanza ha espresso, per bocca di Vladimir Putin, “un grosso sospiro di sollievo”. Gli europei si limitano ad esprimere soddisfazione per i passi avanti sul cammino della pace (o almeno l’assenza di ulteriori passi nella direzione opposta). La moltiplicazione della varietà dei commenti è del resto pienamente giustificata, soprattutto perché questi negoziati interminabili, dati per morti un numero infinito di volte, hanno investito temi e molti più campi di quanto indicato nel nome ufficiale delle trattative e dei contrasti che le avevano rese necessarie. Formalmente il “Compromesso di Vienna” si incentra, come le polemiche che lo hanno sostenuto e tormentato, sul Nucleare. Sulla intenzione, attribuita dal governo americano, da Israele e, un po’ più sotto voce, dalle potenze petrolifere del Medio Oriente, di lavorare alla costruzione dell’arma atomica. Una intenzione sempre negata da Teheran, che reclama però il diritto di sviluppare il settore energetico dello sviluppo nucleare senza voler entrare nella “gara” bellica. Una promessa “interessante” nella misura in cui è creduta e Washington non se ne è mai dichiarata del tutto convinta. Di qui la pressione attraverso le sanzioni, non militari ma economiche, con una serie di embargo che hanno per anni paralizzato le esportazioni iraniane di petrolio, rallentando lo sviluppo del Paese, anche se le sanzioni sono state un compromesso, nettamente diverso dalla strategia preferita e invocata da Israele, che si sente minacciata.
Il suo progetto originario è su base militare, inclusa la minaccia di un attacco preventivo all’Iran per impedirgli di completare il sospettato progetto atomico. Già il compromesso iniziale è stato respinto da Israele e la formulazione odierna, che contiene garanzie ma anche concessioni a Teheran, ha suscitato le previste reazioni da parte di Netanyahu, che lo ha definito “un errore di proporzioni storiche ma anche, per bocca di un suo ministro, “uno storico documento di resa dell’Occidente all’Asse del Male guidato dall’Iran” e addirittura una “licenza di uccidere”. Che riguarderebbe non solo l’ipotesi di un progetto di ambizioni nucleari dell’Iran, bensì il complesso delle iniziative di Teheran, militari, economiche e politiche.
Lo Stato ebraico, soprattutto da quando Netanyahu è alla sua guida, non ha mai considerato le trattative ora concluse come soltanto nucleari. Sua convinzione è che anche se Teheran non avesse in arsenale la Bomba o vi giungesse solo tra parecchi anni, rimarrebbe un nemico e una minaccia, soprattutto attraverso la sua “espansione politico-militare nel Medio Oriente”, anche con armi convenzionali, prima fra le quali le “milizie” sciite armate e finanziate in Paesi stranieri, dal Libano, all’Irak, alla Siria, anche se costituiscono un’arma efficace contro i terroristi dell’Isis e anche di eredi di Al Qaida.
Se queste sono le basi è facile prevedere che Gerusalemme non accetterà mai il trattato raggiunto a Vienna e cercherà anzi di bloccarne o almeno allontanarne la ratifica, manovrando all’interno degli Stati Uniti dove dispone di potenti alleati, soprattutto nell’ala destra del Partito repubblicano. La “battaglia” si sposta adesso sul terreno minato della ratifica negli accordi di Vienna, da parte del Congresso Usa, che è tutt’altro che scontata e che ha diversi mesi a disposizione e di cui si sono già viste le avvisaglie non molto tempo fa quando l’opposizione a Washington inviò un “messaggio” ai detentori del massimo potere a Teheran per invitarli a respingere il trattato nullificandone così il valore. Un nuovo ostacolo si delinea però contro la strategia: un settore cruciale dell’opinione pubblica Usa, gli ebrei americani, sembra ora orientato in maggioranza in favore del “patto nucleare” appena firmato.