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Trump e l'arma dei Big Data



da Espansione

Trump ovvero: bancarottiere, mistificatore, pagliaccio, pericolo pubblico. Oppure: uomo della provvidenza, difensore dell’americano medio, ricostruttore della vera America.
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Ce la farà oppure no? Questa la domanda che ti senti rivolgere in ogni cena da amici e commensali che incontri per la prima volta. Perchè Donald Trump è l’unico tema al quale si appassionano in questi giorni gli italiani, quando parlano di America.
Ed ognuno si sente in grado di esprimere una propria teoria che poi corrisponde a quella del giornale prediletto. L’atteggiamento paranoico del bar sport in cui tutti si sentono allenatori della nazionale, si trasferisce nei giudizi spietati sulla situazione politica Americana, giudicata dalla maggioranza degli abitanti della Penisola con quel piglio di sofisticato disprezzo per un popolo, lo statunitense, ammalato di semplicistico culto del denaro.
Nei commenti dei corrispondenti dagli States si legge spesso che Trump ha scoperto come parlare alla pancia della gente in una nazione ingessata dalla cultura protestante del ‘politically correct’.
Molti sostengono che sono stati gli italiani a inventare più di venti anni fa il politico che in televisione, per non parlare dei comizi, usa un linguaggio di basso conio, infilando nei suoi interventi espressioni gergali che entrano subito in sintonia con la parte meno preparata dell’elettorato. Del resto votano tutti.
Per non parlare dei talk show, esibizioni da pollaio di esagitati all’insegna dell’offesa plateale e della assoluta incapacità di iniziare e portare a termine un concetto compiuto. Ma l’assalto verbale è l’elemento che buca il video, mentre le considerazioni fatte sulla base di un minimo di logica lasciano il tempo che trovano.
Del resto basta riferirisi ai passaggi nelle ore di maggiore ascolto di filmati nei quali primeggia un linguaggio scurrile sdoganato anche per i più piccoli all’insegna del “tanto anche loro alle elementari di parolacce ne dicono a più non posso.”
Ma sino a ieri in America la situazione era sostanzialmente diversa al punto che una espresssione volgare veniva cancellata con un bip mentre sono a disposizione decine di canali che hanno successo sul versante delle situazioni scabrose e della scurrilità. Ma si tratta di scelte personali fatte dallo spettatore, così come ognuno può andare in un’edicola e acquistare riviste scollacciate.
Con Trump il forbito linguaggio dei politici o aspiranti tali si è contaminato con ottimi risultati in termini di stati nei quali si vanno tenendo le primarie del GOP, il potente partito repubblicano.
Quello che in apertura della campagna elettorale era considerato dai più un pagliaccio pieno di soldi, è divenuto nel breve giro di alcuni mesi il pericolo più grande per la sopravvivenza di questo movimento politico che ha avuto uomini come Lincoln, Theodore Roosevelt, Reagan.
Per assicurarsi la nomina a sfidante ufficiale di Hillary Clinton per le presidenziali del 8 novembre 2016 Trump dovrà mettere in scarsella 1237 delegati conquistati nelle primarie dei cinquanta stati. È sulla buona strada ed il tentativo dello establishment del partito di tagliargli le gambe difficilmente avrà successo.
Trump continua a macinare preferenze anche tra molti ai quali sino a ieri la politica non interessava, inanellando i suoi interventi con quello che certa gente vuol sentirsi dire.
Va a genio all’americano obeso che si ingozza di hamburger, che odia i neri, i musulmani, gli ebrei, Washington DC, che si sente discriminato in una società in cui non è giusto che ci sia uno di pelle scura che siede alla Casa Bianca.
Va a genio anche a quelli che, con il tipico transfert psicologico del primo Berlusconi, dicono: “Sì, però si fa la campagna con i suoi soldi, ha una moglie bellissima (la terza), almeno siamo sicuri che non si farà condizionare dalla corporations come succede a tutti gli altri politici che accettano i finanziamenti e poi devono ripagarli.”
Ma sono in pochi a sapere che Trump, candidato alle presidenziali americane, non è un tipo che si inventa dal nulla e campa giorno per giorno sui bassi istinti della gente.
Donald Trump si serve da tempo dei Big Data per veirificare come la pensa la gente comune.
Big data è il termine usato per descrivere una raccolta di dati così estesa in termini di volume, velocità e varietà da richiedere tecnologie e metodi analitici specifici per l'estrazione di valore.
Con i big data la mole dei dati è dell'ordine degli Zettabyte, ovvero miliardi di Terabyte.[2] Quindi si richiede una potenza di calcolo parallelo e massivo con strumenti dedicati eseguiti su decine, centinaia o anche migliaia di server.(vedi Wikipedia).
Ampiamente usati dalle principali industrie che stanno rivoluzionando le proprie strutture manageriali, i big data sono stati scoperti anche dai politici più raffinati che possono permettersi di finanziare campagne di ricerca approfondite.
È quanto sta facendo Donald Trump che in ogni stato della Federazione è in grado di avere le ‘tendenze’ che caratterizzano il suo elettorato di riferimento. Ed i risultati stanno arrivando.
Oscar Bartoli
Washington DC